Un medico alchimista
Johann von Heidenberg, detto Tritemio (1462 - 1516), all'età di 18 anni, mentre frequentava l'università di Treviri, desiderando di vedere la madre, in pieno inverno si mise in viaggio. Sorpreso da una tempesta, trovò riparo nel monastero benedettino di Sponheim e decise di farsi monaco. Tuttavia la conversione non riuscì a cancellare il suo vecchio amore per la kabbalah e la magia in generale. Théophrast Bombast von Hohenheim, detto Paracelso (1493 - 1541), ereditò dal suo maestro Tritemio sia l'amore per il Divino che l'amore per la magia.
Ma come è possibile, è lecito chiedersi, amare Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze, e nello stesso tempo coltivare la magia? Apparentemente le due cose sono inconciliabili, ma se la magia professata da Paracelso è come quella professata dai tre re magi del Nuovo Testamento, la cosa diventa possibile. In questo caso il mago è il sapiente, colui che riesce a conoscere molti misteri della Natura e quelle opere di Dio che all'occhio profano sfuggono.
Noi ci sentiamo di affermare che Paracelso è sia uomo di Dio che Mago, ovverosia alchimista vero.
"Il fondamento su cui io costruisco e dal quale procedono i miei scritti, lo stabilisco su quattro colonne, cioè la filosofia, l'astronomia, l'alchimia e la Virtù" (Paracelso - Paragrano - a cura di Ferruccio Masini - Laterza ed. 1984, pag. 6 - 7). Dopo aver provato a immaginare l'impatto che queste parole possono avere avuto sul mondo accademico che fondava tutta la medicina di allora su Galeno e Avicenna, cerchiamo di capire che cosa egli intenda con queste "quattro colonne". Per Filosofia intende la conoscenza della natura fisica; per Astronomia intende la conoscenza del cielo, cioè la sfera mentale in cui vive l'uomo, la conoscenza delle stelle, vale a dire delle idee, e la conoscenza delle costellazioni; per Alchimia intende la conoscenza dei poteri divini dell'uomo e la comprensione della chimica della vita; infine, per Virtù intende la santità dell'uomo: "Uno dei più necessari requisiti per un medico è la perfetta purezza e onestà di propositi. Egli dovrebbe essere libero da ogni ambizione, vanità, invidia, lussuria, pomposità e presunzione, perché questi vizi sono il prodotto dell'ignoranza e incompatibili con la luce della divina sapienza che dovrebbe illuminare la mente del vero medico" (Franz Hartmann - Il mondo magico di Paracelso - Mediterranee, pag. 178). Come è facile intuire, per Paracelso il medico deve essere ordinato non da re, papi o cattedratici, ma direttamente da Dio, deve cioè essere nato medico. Ovviamente egli parla di se stesso, e possedendo la saggezza cui allude è perfettamente in grado di riconocere facilmente i vizi che caratterizzano la quasi totalità dei medici del suo tempo. Ha dunque tutte le ragioni del mondo quando con discorsi e scritti veementi, offensivi, addirittura volgari, attacca il mondo accademico che lo calunnia, insulta, deride, perseguita. L'arte medica può essere fondata solo sulla verità: non può essere prostituita per nessun motivo. E certamente lui non la prostituì mai. Lo testimonia la sua morte (forse violenta) da povero e perseguitato. Gran parte della prefazione al suo Paragrano il nostro alchimista, usando un linguaggio impetuoso e travolgente, la dedica alla sottolineatura dei difetti e della pochezza, della pomposità e della menzogna, della mercificazione e della astuzia, dei medicastri che "osavano" criticare la sua somma arte. "Non il cielo mi ha fatto medico: Dio è stato a farmi tale" (Paragrano, op. cit. pag. 16). Ecco perché si comportava come un missionario più che come un medico dei suoi tempi. Compassione ed empatia erano le basi su cui poggiava il suo rapporto con l'ammalato, e contro la malattia operava come uno stratega militare, esaminado le "mappe" di terra e di cielo. Persino il suo abbigliamento pareva studiato per sottolineare la inutile eleganza dei suoi nemici colleghi: pareva più un artigiano che un medico. "La verità non ha… altri nemici che i mentitori", diceva, e visti i risultati, cioè il gran numero di guarigioni che riusciva ad ottenere con quei suoi strani metodi e medicamenti, poteva ben accusare di menzogna quei tronfi personaggi che non ripetevano altro che concetti di Avicenna. Mentitori loro e mentitore pure il loro antico maestro, e per sottolinearlo, il 24 Giugno, festa di San Giovanni, un giorno a Basilea bruciò pubblicamente i libri di Avicenna: "Ho gettato la Summa dei libri nel fuoco di San Giovanni, affinché ogni sventura dileguasse nell'aria col fumo" (id. pag. 11). Ora c'è da considerare che Paracelso non è un mentitore perché afferma di non esserlo, ma perché, convinto come è che tale verità è mostrata tutta intera dalla Natura, lui, per grazia di Dio, tale verità riesce a "vederla". Quindi sa che non è nel giusto chi non segue la Natura e le sue leggi. E' per questo che i mentitori sono pericolosi: essi difffondendo menzogne nascondono la verità e producono male. E qui ci verrebbe voglia di dire che purtroppo nulla è cambiato: oggi come allora i mentitori diffondono regolarmente le loro menzogne e sono osannati ed incensati, mentre le persone di buon senso che non possono condire la verità con le stesse spezie svianti dei divulgatori del falso (perché la verità è semplice) vengono derisi e sbeffeggiati. Non stiamo a parlare di medici ma di pseudo filosofi o maestri. In ogni nostro saggio apriamo parentesi del genere per non lasciarci sfuggire l'occasione di denunciare la menzogna. Da cosa deduciamo che trattasi di bugia? Dai frutti. Intere generazioni di giovani sono state accese facendo leva sul sentimento e come delle carrozze ferroviarie sono state poste su binari di assoluta irrazionalità spacciata per perfetta ed unica via. Hanno ipnotizzato con alienanti formulette vuote ma ritmate in modo ossessivo milioni di persone che sono oramai incapaci di attivare un qualunque senso critico. Basta una canzonetta, un romanzetto, una chiacchierata in tv, un filmetto, un giornale quotidiano martellante la stessa idea, per dare il falso la a questi strumentini oramai scordati. La vita è stata svuotata di ogni e qualsiasi contenuto. I valori sono stati infangati. La religiosità ridicolizzata. La piramide sociale e naturale capovolta (non siamo tutti uguali: ognuno ha il suo talento da spendere). Per dirla in breve, all'uomo è stata asportata la natura divina e lo si è potenziato negli istinti: di lui è rimasta solamente la bestia: l'uomo non esiste più. Pochi esemplari di uomo vivono ormai in nascoste riserve lontane dai salotti tv, dalle editorie, dai pulpiti di ogni specie, dalle piazze, dai luoghi di raccolta dei branchi. Ed in tutto questo la cosa che fa più ridere è l'enfasi con la quale pressoché giornalmente viene denunciato il rischio di estinzione ora di questa ora di quella specie animale. Qui a rischio di estinzione è l'uomo, quello che ha natura divina, quello fatto ad immagine di Dio, e quello, perché no, che ha anche una natura animale. Il divino è quasi scomparso, la bestia scomparirà presto con lui, perché, per dirla con Paracelso, tutto sta andando contro ogni legge naturale e ciò non presagisce nulla di buono. E poi, consentitecelo, inserire nei saggi parentesi di questo tenore ci lascia sfogare. Non ci sentiamo perfetti, anzi siamo pieni di difetti, ma il saperlo ci spinge a migliorarci. Riteniamo che anche Paracelso, con i suoi pesantissimi insulti e con le sue coloratissime offensive aggettivazioni scagliate contro i suoi denigratori e colleghi, si sia sfogato. Non siamo molto d'accordo con Jung quando nel suo saggio Paracelso come medico (In Opere Boringheri - vol. 13°, pag. 130) dice: "La prima cosa da cui si resta colpiti alla lettura dei suoi scritti è il suo temperamento bilioso e litigioso". Sì, quando attacca il mondo accademico assomiglia molto a Gesù che scaccia i mercanti dal tempio, ma non possiamo certo etichettare il Maestro dei maestri come un litigioso per tale comportamento. Dal nostro punto di vista Paracelso era un uomo molto paziente (Jung sapeva benissimo, per aver affondato le mani in pasta alchemica, che la pazienza è prerogativa del sapiente), ma come ognuno di noi sa, la pazienza ha un limite. Questo strano e buffo medico itinerante veniva insultato quotidianamente sia da colleghi che da povericristi opportunamente manovrati, per cui ad un certo punto doveva pur dare sfogo alla comprensibile rabbia di cui era perfettamente consapevole, e ciò ha fatto scrivendo e bruciando testi pubblicamente. D'altro lato ci rendiamo conto che Jung non poteva sviolinare per tutto il suo saggio a favore di Paracelso, perché se no sarebbe diventato un novello Paracelso a Zurigo (anche se per certi versi lo è quasi stato…). Lui, uno studioso della psiche, doveva pur dire qualcosa a proposito della personalità del nostro. E l'ha detta. Ma l'inizio del suo saggio ci fa capire bene come la pensava veramente a proposito dell'alchimista di Basilea: "…Come un vulcano in eruzione, ha devastato e distrutto, ma anche fertilizzato e vivificato. E' impossibile rendergli pienamente giustizia…Tutto assume in lui proporzioni esorbitanti, tanto che si potrebbe anche dire che in lui tutto è spinto all'eccesso. Lunghi e aridi deserti di chiacchiere insensate si alternano ad oasi di traboccante spiritualità, di un acume sconvolgente e di una ricchezza tale che non ci si riesce a liberare dall'incresciosa sensazione di non aver saputo cogliere l'essenza della sua opera" (op. cit. pag. 129). Quell' "incresciosa sensazione" è ovviamente tutta di Jung, che ha sicuramente divorato le opere di Paracelso nel ventennio dedicato allo studio dell' Alchimia, ma che non ha potuto o saputo cogliere la verità che il suo conterraneo, da buon alchimista, ha solo indicato velatamente. E che sia stato vero alchimista, oltre che dalla sua attività di medico-"sciamano" è possibile rilevarlo dai suoi scritti alchemici. Leggere per credere.
Stefano Andreani, in una nota ad un'operetta di testi rari di Gino Testi che stanno dopo il Dizionario di alchimia e di chimica antiquaria - Paracelso dello stesso autore (ed. Mediterranee - pag. 273) afferma che "la sua qualità di alchimista…è ben dimostrata dai fatti". Noi condividiamo tale affermazione e pensiamo che anche Carl Gustav Jung la pensasse allo stesso modo.
Se la vite dà l'uva, se un pero dà la pera, dice Paracelso, è perché la terra, madre di tutti gli esseri, ha "cotto" vite e pero. Lo stesso dicasi per l'alchimia: essa consiste in una cottura del soggetto che altri non è che l'alchimista stesso. Beh, noi crediamo che il genio di Paracelso sia scaturito da una cottura costante durata tutta la vita, che a volte ha richiesto pure l'impiego indotto di "corrosivi" (ci riferiamo ai patimenti che si è procurato col suo stravagante comportamento, col suo paradossale pensiero, coi suoi acidi scritti). L' oro lo ha prodotto ma lo ha ben nascosto nelle sue opere.
Jung sottolinea un importante aspetto della terapia di Paracelso, quello psicoterapeutico. Esso concerne la "discussione della malattia". Il medico quindi deve procedere in modo intuitivo, compassionevole e amorevole: "Medico e medicina null'altro sono che grazia concessa da Dio ai bisognosi. L'arte si ottiene per opera dell'amore. Così il medico dev' essere dotato di compassione e amore…" (citato da Jung in op. cit. pag. 145). Jung farà sua questa regola: la prassi della Psicologia Analitica deve poggiare su una profonda empatia e l'analista non deve nascondersi dietro le spalle del paziente (come nella scuola freudiana), ma stargli davanti e guardarlo negli occhi, mettersi in gioco.
Che il medico e l'alchimista devono coincidere lo testimonia questo passo del Paragrano citato dallo psichiatra svizzero: "Devi riporre in Dio una fede onesta, integra, robusta, verace, con tutto l'animo tuo, il tuo cuore, la tua mente e i tuoi pensieri, con tutto l'amore e tutta la fiducia. Poiché con una tale fede e un tale amore, Dio non ti farà mancare la sua verità e ti renderà manifeste le Sue opere veridiche, certe e consolatrici.. Ma se tu non hai una tale fede in Dio, l'aiuto d'Iddio ti verrà meno nelle opere tue e ne sentirai la mancanza. La conseguenza di ciò sarà che il popolo non riporrà fede alcuna in te" (Op. cit. pag. 151 - Paracelso come fenomeno spirituale). La prima parte di questo brano ripercorre passo passo il Deuteronomio cap. 6 versetti 4 e seguenti: "Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze…". Il vero amore richiede una presenza totale: tutto l'essere deve essere impegnato: corpo, cuore e mente. E quando nell'Antico Testamento si dice che Dio è geloso, bisogna comprendere che tale gelosia serve solo a sottolineare il fatto che Adonai (il Signore) non può rispondere a chi non Gli si rivolge in maniera totale. Paracelso nei suoi scritti insiste molto sulla fede e spiega spesso come attraverso di essa non è più l'uomo ad operare ma il Divino. Ecco perché tale goffo medicozzo (ma goffo e medicozzo solo per i suoi contemporanei) riusciva a guarire anche malattie gravi: operava in assenza di ego, in modo totalmente intuitivo. A nostro parere Jung ha attinto molto da Paracelso, e per certi versi è riuscito a farsi amare molto dai suoi pazienti così come accadeva al nostro medico-alchimista. Ma tornando al passo citato ci viene in mente un'altra cosa da sottolineare. Quando Freud con la sua Psicanalisi tentò di edificare una sua chiesa con una parodia di confessione (l'analisi), non tenne conto di un fatto importante che tante conseguenze doveva produrre sia sui pazienti che sugli analisti della sua scuola (che noi non disprezziamo, ma che riteniamo parecchio imperfetta). L'ateo Freud e gli atei suoi discepoli, mancando di quella fede cui allude Paracelso operano attraverso l'ego, non sono un tramite, non allargano la loro coscienza fino all'impersonale Sé. Per cui come spugne assorbono (nonostante si nascondano dietro il divano) la "malattia" del paziente. La qual cosa non potrà mai accadere ad un prete in confessione che, stracarico di fede, rappresenta il Sé, Dio. Non abbiamo mai visto un prete sfiduciato dai suoi parocchiani, né un prete zuppo di negatività assorbita in confessione: nel confessionale l'amore divino, attraverso l'amore di Cristo e l'amore del prete riqualifica le energie negative del male e rigenera sia il confessante che il confessato. Ecco perché, con tutto il rispetto dovuto al genio freudiano, la sua "chiesa" non è vera, perché atea. Paracelso certo non avrebbe trattato Freud come ebbe a trattare i suoi colleghi, ma qualche tirata d'orecchie gliel'avrebbe data. Meglio Jung. Ma al meglio non c'è fine…
Nella sua bellissima antologia paracelsiana commentata, Franz Hartmann ci spiega come "la medicina di Paracelso tratta non solo del corpo esterno dell'uomo, che appartiene al mondo degli effetti, ma anche del mondo interiore e del mondo delle cause; senza mai perdere di vista l'universale presenza della causa divina di tutte le cose. E' dunque una scienza sacra, e la pratica della medicina è una missione sacra che non può essere capita da coloro che sono senza Dio…Un medico che non ha fede, né, quindi, alcun potere spirituale, non può essere altro che un ignorante e un ciarlatano" (Il mondo magico di Paracelso - mediterranee, pag. 168-169). Chissà quanti dei nostri moderni scienziati si sarebbero beccati pesanti insulti da parte di Paracelso, soprattutto coloro che considerano l'universo un ammasso di morta materia da cui, attraverso chissà quali processi, è nata la vita. A chi, come costoro, dicesse che la forma può dar vita alla materia, egli, dopo un annichilente e meritato insulto pesante, risponderebbe che non è la forma che crea la vita, ma la vita che crea la forma. E Tale Vita è una e onnipervadente. Nel De Veribus Membrorum, citato da Hartmann (pag. 209 op. cit.), Paracelso sembra dire a tutto vantaggio di tali cialtroni: "Il potere della vista non proviene dall'occhio, il potere dell'udito non proviene dalle orecchie, né il potere di sentire dai nervi; ma è lo spirito dell'uomo che vede attraverso gli occhi, che ode con le orecchie e sente per mezzo dei nervi. La sapienza, la ragione e il pensiero non sono contenuti nel cervello, ma appartengono all'invisibile e universale spirito che sente attraverso il cuore e pensa per mezzo del cervello". (il sottolineato è nostro). Jung nel suo saggio Sincronicità come principio di nessi acausali (in opere - vol. 8 - pagg. 526, 527 e 528) riporta un caso tratto dalla sua personale esperienza di medico. Una sua cliente, nel corso del suo primo parto, pur trovandosi in una condizione di grave collasso e quindi di evidente anemia cerebrale, vide "tutta la situazione dall'alto, come se i suoi occhi si fossero trovati sul soffitto della stanza": l'infermiera che non sapeva cosa fare, il medico in preda ad ansia per l'imprevisto, ecc. No, il potere della vista non proviene dall'occhio… Noi abbiamo molta fiducia nei veri uomini di scienza. Quelli, per intenderci, privi di boria e ricchi di quella umiltà che costituisce virtù indispensabile per il ricercatore della verità. Come si può essere così spacconi da credere d'aver capito tutto, quando ancora si conosce appena l'epidermide delle cose? Come ci si può considerare arrivati quando un universo pieno di misteri da svelare ci sfida continuamente? COME PUO' IL PICCOLO COMPRENDERE IL GRANDE ? Avete da crescere - direbbe a costoro Paracelso- siete troppo piccoli per queste cose! E poi aggiungerebbe: "La Vita in se stessa non può morire né essere annichilita, perché non è nata da una forma. Essa è un potere eterno che è sempre esistito e sempre esisterà…La vita è una funzione di Dio…" (id. pag. 109). Grande, grande Paracelso!
L'uomo dunque è il principe dell'universo, perché fatto ad immagine di Dio. Ha una natura animale, terrestre, ed una natura spirituale, celeste. Chi paradossalmente afferma "Dio è morto" ha commesso una sorta di suicidio scartando la possibilità di essere in-Dio e scegliendo la sola parte animale di sé, la forma, quella che altro non è che un mucchietto di fango. Questi cialtroni sono fin da ora anime morte perché si sono identificati con la loro parte animale: il paradiso è perduto, ed il Satana di Milton rende perfettamente l'idea. Per libera scelta l'uomo può scegliere la vita o la morte, e la maggior parte dell'umanità, trascinata da quelle fumose e cadenti locomotive che sono i falsi maestri, forma un treno lunghissimo di carrozze che corre verso il nulla, verso la morte. Ma lasciamo che sia Paracelso a dirlo: " Vi è così nell'uomo qualche cosa di incorruttibile e di eterno e qualche cosa di corruttibile e temporale, ed egli può valersi della sua libera volontà per identificarsi con l'una o con l'altra. Se si identifica con la natura, dovrà essere trasformato da essa. Se si identifica con lo spirito divino, rimarrà quello che é. Non vi è da temere alcuna morte che non sia quella che risulta dall'essere inconscio della presenza di Dio" (id. pag. 113).
Cosa predichi il moderno ateismo nichilista è facile intuire. Ma è mai possibile che nessuno di questi nichilisti si sia ancora accorto di essere già morto? Che pena!
Paracelso dedica molto spazio nei suoi scritti a Fede, Volontà, Immaginazione, Desiderio, Preghiera, Pensiero, Cuore, ecc. Questo breve saggio non ci consente di affrontare tali tematiche viste dal punto di vista magico. Chi volesse approfondire può consultare il già citato libro di Franz Hartmann da pag. 137 a pag. 165. Riportiamo solo qualche aforisma paracelsiano su questi temi:
"tutte le immaginazioni dell'uomo provengono dal cuore"; "Dio guarda il cuore e non le cerimonie"; "con la fede e l'immaginazione possiamo compiere tutto ciò che desideriamo"; la volontà crea spiriti (forze) che non hanno niente a che vedere con la ragione, ma obbediscono ciecamente"; "il vero potere magico consiste nella vera fede, ma la vera fede è fondata sulla conoscenza spirituale"; "regoliamo la nostra immaginazione senza permetterle di correre sfrenatamente"; "l'uomo è ciò che pensa. Se pensa fuoco, è fuoco; se pensa guerra provocherà la guerra; tutto dipende dal fatto che l'intera immaginazione diventa un intero sole, ossia dal fatto che immagina interamente quello che vuole".
Ovviamente tutto ciò va usato a fin di bene (non dimentichiamo che Paracelso è un guaritore, un medico, un filosofo, un credente). Chi opera per il male attrarrà su di sé tutto il male possibile.
La volontà dell'uomo oggi è purtroppo manovrata da persuasori occulti e non. Di cattivi maestri son pieni gli schermi. Quello che tale genia pensa, desidera, immagina è bombardato dalle loro parole che giornalmente siamo costretti a sorbirci da tv, cinema, giornali, piazze. Ed il nulla (per dirla con M. Ende) avanza. Gli uomini grigi, caro Ende, son diventati neri come il carbone, ed oramai riescono a dettare i tempi della danza a milioni di ingenui che danzano come dei tarantolati. "Io voglio la mia volontà" diceva Rilke. Vogliate la vostra volontà, amici. Ragionate con la vostra testa, e soprattutto accendete il radar del vostro cuore. La tarantola non esiste e quella danza lì è ossessiva e ipnotica. Ballate al suono della vostra musica. Uscite per un attimo fuori dal branco, per riappropriarvi della vostra parte di Cielo, di Spirito, perché sappiatelo: voi non siete solo animali: siete anche angeli. Parola di Paracelso. Grazie, Nat.
Bibliografia e testi consigliati
- Paragrano - ed. Laterza;
- Franz Hartmann - Il mondo magico di Paracelso - Mediterranee;
- Gino Testi - Dizionario di alchimia e di chimica antiquaria - Paracelso - Mediterranee;
- Paracelso - Il tesoro dei tesori - Brancato;
- Jung - opere: vol. 8 e 13 - Boringheri;
- Paracelsius - Antologia di brani scelti - J. Jacobi - Zurigo, 1942;
- Paracelso - I nove libri sulla natura delle cose - Phoenix;
- Paracelso - Scritti alchemici e magici - Phoenix;
- Paracelso - trattato delle tre prime essenze - Phoenix;
- " - De Homunculis - Phoenix;
- " - Il fondamento della sapienza - Il Leone verde;
- Ascoltando Paracelso - B.I.S.;
- Ventra/De Salvo - Alchimia spagirica Paracelso - Brenner;
- LA SACRA BIBBIA - edizione ufficiale della C.E.I.
Magia e Scienza
Gran parte della storiografia dell'Ottocento e della prima metà del Novecento, da E. Mach a P. Duhem, da G. Sarton a C. Singer, nonostante le profonde differenze tra questi autori, ebbe nei confronti della magia, del suo ruolo nella storia della scienza, dei suoi rapporti con la scienza moderna, un atteggiamento che si può in senso lato definire positivista: mentre prima della rivoluzione scientifica risulta spesso impossibile distinguere il mago dal tecnologo e dallo scienziato, coesistendo sovente nella stessa persona queste tre diverse attitudini nei confronti della natura, dal Seicento in poi scienza e magia si sono separate in modo definitivo.
UN TAGLIO NETTO L. Thorndike, autore di una monumentale History of Magic and Experimental Science (1923-1958) in cui si sostiene la tesi che fino al XVII secolo le ricerche scientifiche si sono svolte in simbiosi con le pratiche magiche, pone una fine netta proprio nel Sei cento, quando le due forme culturali avrebbero preso strade ben distinte. Questa visione continua a essere sostenuta da storici importantissimi, come R. Hall, che intendono lo sviluppo della scienza seicentesca come un costante progresso e una sistematica eliminazione di modelli di spiegazione scientifica obsoleti. Il principale attacco a questa linea fu portato dagli studiosi di occultismo, che sempre si dedicarono alla ricerca della permanenza di filosofie ufficialmente estinte. Furono gli occultisti che alla fine del XIX secolo intrapresero vaste esplorazioni bibliografiche nel mondo in gran parte inesplorato dell'ermetismo e del paracelsismo del XVI e XVII secolo. J. Ferguson fu il più autorevole studioso in questo campo, autore di una celebre Bibliotheca Chemica (1906) in cui per primo riconobbe la grande importanza e la costante influenza di Paracelso: proprio nel periodo che segna la maturazione intellettuale di Newton, tra il 1650 e il 1670, in Inghilterra l'influenza di Paracelso non stava svanendo, ma anzi era al suo apice, e i platonici di Cambridge (H. More, Cutworth, J. Glanvill) furono il tramite che consentì a Newton di conoscere lo spiritualismo, il misticismo e l'ermetismo. Queste ricerche non ebbero influenza sugli storici della scienza, benché uno studio dello storico della filosofia E. Cassirer attirasse l'attenzione sull'importanza della rinascenza platonica in Inghilterra.
UNA LINEA CONTINUISTA : L'EREDITÀ DI PARACELSO Solo dopo la seconda guerra mondiale, in seguito alle indagini di autori quali W. Pagel, D.P. Walker, F.A. Yates, C. Webster e, per l'Italia, E. Garin, P. Rossi e P. Zambelli, si presentò nella storiografia scientifica una linea interpretativa dei rapporti tra scienza e magia opposta a quella tradizionale. Dai differenti contributi, con differenti accenti e motivazioni, è emersa una visione secondo la quale l'ermetismo non fu nel XVII secolo una tradizione marginale ma rimase elemento centrale del pensiero europeo. Talune idee connesse con la magia spirituale e demoniaca ebbero un'influenza ininterrotta sul movimento scientifico europeo: idee risalenti a Paracelso furono ben presenti alla fine del XVII secolo e non è più possibile affermare che gli ultimi anni del Seicento videro la fine della magia e della stregoneria. Newton non vide nel progresso delle teorie esplicative meccaniciste un argomento per destituire di valore esplicativo filosofie non meccaniciste. La grande impresa di Newton, al contrario, «potrebbe essere considerata un ultimo e titanico tentativo di conciliare magia e meccanicismo in un unico, armonioso sistema di saggezza universale» (C. Webster). Tra Newton e Paracelso vi furono elementi di forte continuità: sia l'uno che l'altro ritenevano che per l'uomo la priorità assoluta fosse la certezza della salvazione, entrambi consideravano che il loro compito intellettuale fosse essenzialmente quello di comprendere il rapporto tra l'umanità e il Creatore. Paracelso fu un rap-presentante della teologia riformata in cui Newton era immerso. Tanto il platonismo rinascimentale d'inizio Cinquecento quanto quello dei platonici di Cambridge si caratterizzavano per una profonda fedeltà allo spirito della filosofia e della teologia antiche. Essi criticavano la scolastica e cercavano un'alternativa nelle idee più antiche. Erano "moderni" per il loro rapporto con la scolastica, ma "antichi" per la loro ammirazione verso la filosofia classica. Anche Bacone operò in modo simile a Paracelso fondando il proprio approccio alla scienza sull'idea biblica di un ritorno dell'uomo a un dominio perduto sulla natura. Secondo questa nuova interpretazione, sostenuta con particolare vigore da Webster, sottovalutare l'influenza di Paracelso nel XVII secolo ha portato a una distorta visione del periodo. Storici anche importanti hanno addirittura deriso Paracelso: lo fece R. Lenoble nel suo libro su Mersenne, ma anche uno storico della magia come D.P. Walker che peraltro, in Spiritual and Demonic Magic from Ficino to Campanella (1958) ...
http://www.bantan-sensitivo.com/1/cartomante_studioso_marsilio_ficino_filosofo_e_la_magia_1508822.html
... diede pure un contributo decisivo nel mettere in discussione l'interpretazione positivista. In realtà si deve a Paracelso il primo grande attacco riuscito contro la scienza antica, la medicina di Galeno. Per una corretta valutazione del rapporto tra magia e scienza nel periodo della rivoluzione scientifica occorre tener conto, sostengono sempre i critici della tradizione storiografica positivista, anche del ruolo positivo svolto dalla cultura profetica e millenaristica.
SCIENZA E MILLENARISMO Gli uomini del Cinquecento e del Seicento erano dominati dalla sensazione della precarietà del mondo. Che la fine del mondo fosse ormai prossima era una tesi diffusissima, che suscitava grande ansietà e pessimismo. Al confronto, la perdita di un certo senso di coerenza causato dalla transizione dalla cosmologia geocentrica a quella eliocentrica era del tutto insignificante. Le prospettive millenaristiche, oltre a un versante pessimistico, coltivavano anche un'attesa ottimistica: ogni setta si attendeva il trionfo della propria fede al momento del giudizio finale, dunque poteva coltivare il sogno di una nuova fase di prosperità senza precedenti, un nuovo paradiso terrestre. Da questo punto di vista apparivano perfettamente giustificati gli sforzi di coloro che si aspettavano grandi miglioramenti materiali prodotti dall'ingegnosità dell'uomo. Era giusto dal punto di vista della fede coltivare la scienza per aumentare il dominio dell'uomo sulla natura. L'escatologia cristiana rappresentò un incentivo costante per la scienza. Il millenarismo e le concezioni rifacentisi al cristianesimo primitivo tenevano in gran conto la profezia. La credenza nella fine del mondo e nell'avvento di una nuova era si accompagnava a continui tentativi di determinare l'età della Terra e l'epoca della sua modificazione radicale. Con l'avvento della stampa l'intero corpo delle fonti profetiche antiche e medie vali divenne oggetto di grandissimo interesse. L'interesse per le predizioni non scomparve nel corso del Cinquecento: legami importanti tra Paracelso e gli uomini del Seicento furono T. Brahe e Keplero. Bacone accettò l'astrologia come Brahe e Keplero e molti baconiani inglesi del Seicento lo seguirono, tra i quali R. Boyle. I critici come P. Gassendi erano sfasati rispetto all'andamento generale. L'analisi dei testi sacri assunse un carattere scientifico con J. Mede, ed ebbe inizio un tentativo di conciliare le cronologie bibliche con i dati astronomici. Particolare importanza ebbe un allievo di Newton, J. Whiston.
EREDITÀ FILOSOFICHE PRECRISTIANE Un altro punto importante è la reviviscenza di filosofie antiche nel XVI e XVII secolo e la persistenza della loro influenza sugli ambienti scientifici di punta. L'idea predicata dall'escatologia cristiana di una restituzione del dominio dell'uomo sulla natura trovava conferma in analoghe idee ereditate dalla filosofia antica. Gli scritti neoplatonici di ispirazione magica e i testi ermetici diffusi dal neoplatonismo fiorentino promettevano ai loro cultori la possibilità di divenire potentissimi maghi. Come hanno dimostrato gli studi di P. Rossi su Bacone (1957), di W. Pagel su Paracelso (1958), di D.P. Walker sulla magia (1958) e di F.A. Yates su Bruno (1964) e sui Rosacroce (1972), la scienza sperimentale era intimamente legata alla magia, entrambe impegnate nella conquista delle forze che governavano la magia spirituale. Anche l'atteggiamento pratico di attenzione per la tecnologia, che era stato indicato dagli storici come uno dei possibili tratti distintivi della nuova scienza, è stato ricondotto a influenze culturali irrazionali. La polemica di Paracelso contro la scienza tradizionale, scienza libresca che ha perso il contatto con la verità divina, si accompagnava a un progetto di riforma della cultura poggiato sulla convinzione che le pratiche delle arti manuali forniscano il modello del sapere produttivo: sono gli umili addetti a queste attività che portano alla luce i tesori della natura e li sfruttano nel migliore dei modi, non i dotti degenerati. Egli opponeva al dogmatismo dei dotti un approccio empirico e attivo alla conoscenza, una epistemologia che, si è detto, è molto somigliante a quella di Bacone. Paracelso era tuttavia convinto che l'operare dello scienziato richiedesse l'attivazione di forze provenienti dai cieli, ponendosi così all'interno della tradizione della magia spirituale. Solo all'uomo è concesso di liberare le virtù nascoste nelle pietre, nelle piante, nelle parole e nei caratteri, poiché l'uomo è il "confine" tra il firmamento e il resto della creazione. Suo modello di scienziato era il mago biblico, e mago e santo erano per lui due facce della stessa medaglia. Un ulteriore aspetto accomuna Paracelso e Bacone. Paracelso, come Bacone, insiste sul fatto che l'aumento del potere della magia si otterrà grazie agli sforzi comuni di molti uomini: è questa una concezione democratica e co-munitaria della magia opposta a quella propria delle sette, delle confraternite segrete che hanno come obiettivo il raggiungimento individuale della sapienza universale. L'influenza di Paracelso è stata vista prolungarsi ben oltre Bacone. I prosecutori immediati del programma baconiano, sotto la guida di S. Hartlib, si dedicarono alla scrittura di storie baconiane dei mestieri per risolvere i problemi socioeconomici dell'Inghilterra. Il loro spirito scientifico attraverso Boyle e H. Oldenburg giunse fino alla Royal Society. L'influsso persistente di Paracelso sembra interessare anche la roccaforte del meccanicismo, la Francia. O.R. Bloch (La philosophie de Gassendi, 1971) dimostrò che il fondamentale concetto di molecole seminali deriva direttamente in Gassendi da Petrus Severinus, il codificatore del pensiero di Paracelso, così che non si può contrapporre l'atomismo al paracelsismo e anche la figura cardine di Boyle va rivista. La questione tanto dibattuta del concetto di principio attivo newtoniano indica la persistenza alla fine del XVII secolo di categorie che avevano una somiglianza con quelle implicite nelle definizioni di fondo della magia naturale.
SCIENZA E STREGONERIA Anche la tesi di una rapida scomparsa della magia demoniaca e della stregoneria nel corso del XVII secolo è stata soggetta a critiche. Indubbiamente vi fu un progressivo calo delle credenze nella stregoneria e un declino delle persecuzioni contro le streghe, che è facile mettere in relazione con la crescita della scienza; è questa la tesi sostenuta da W.E.H. Lecky (History of the Rise and Influence of Rationalism in Europe, 1865). È stato osservato però che non furono i membri della Royal Society a farsi promotori di una battaglia contro le credenze nella stregoneria. Essi erano spaventati dalle implicazioni atee del meccanismo di Cartesio e di Hobbes e non seguirono con coerenza la filosofia meccanicista. Il meccanicismo escludeva il ricorso al sovrannaturale, ma la tradizione religiosa ammetteva senza tentennamenti l'esistenza di una gerarchia di spiriti, ivi compresi i demoni, e respingere la stregoneria e la magia diabolica significava schierarsi su posizioni religiosamente eterodosse. I membri della Royal Society accettarono l'esistenza delle streghe, così come la stragrande maggioranza delle persone colte continuò ad accettarla. Posti di fronte al problema di conciliare la scienza con l'ortodossia religiosa essi studiarono la stregoneria allo scopo di respingere la massa di storie di dubbia autenticità circolanti e di trovare quel residuo di fenomeni che non ammettevano altra spiegazione se non il sovrannaturale. Diffondere uno scetticismo assoluto circa l'esistenza di streghe e demoni sarebbe stato invece favorevole all'ateismo. Nella seconda metà del XVII secolo vi fu un'ondata di interesse per la magia e la stregoneria da parte degli esponenti della scienza sperimentale. Boyle credette sempre nei demoni e si occupò attivamente dell'argomen to; di demonologia scrisse con grande impegno J. Glanvill, uno dei maggiori apologeti della Royal Society. Non furono insomma gli scienziati a determinare il declino della stregoneria, ma essi si adeguarono a un movimento che aveva altrove il suo motore. Il loro atteggiamento conservatore nei confronti della stregoneria non fu neppure dettato da ragioni di opportunismo, per la necessità di parare le accuse sempre incombenti di materialismo ateo, ma scaturì da una convinzione profonda. Il neoplatonismo aveva diffuso idee di pienezza divina e di gerarchia degli esseri che implicavano un'infinità di esseri differenti dall'uomo tra i quali rientravano perfettamente demoni, gnomi, incubi e succubi ecc. Le scoperte astronomiche avevano poi stimolato il dibattito sulla pluralità dei mondi, idea che fu armonizzata con le dottrine neoplatoniche circa l'esistenza di "principi e principati" intermedi tra Dio e l'uomo.
• F.A. Yates, Giordano Bruno e la tradizione ermetica, Laterza, Roma-Bari 1969; C. Webster, Magia e scienza da Paracelso a Newton, Il Mulino, Bologna 1984; P. Rossi, Francesco Bacone: dalla magia alla scienza, Einaudi, Torino 1974; W. Pagel, Le idee biologiche di Harvey, Feltrinelli, Milano 1979.
(Consulta i link per approfondire)
http://jungometro5.splinder.com/tag/paracelso